﻿{"id":132,"date":"2011-12-14T13:25:52","date_gmt":"2011-12-14T13:25:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/wp\/?page_id=132"},"modified":"2016-11-09T18:26:26","modified_gmt":"2016-11-09T17:26:26","slug":"orrore-terrore-editoriale","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/orrore-terrore-editoriale\/","title":{"rendered":"La Questione Romantica: Orrore\/Terrore (editoriale)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">La fine del realismo, iniziata in un\u2019Inghilterra ormai padrona del commercio su tutti i mari, trova nei letterati pi\u00f9 attenti gli afrori e le smanie sentimentali che dai giochi verbali e grafici di L. Sterne, dalle morbidezze di H. Mackenzie, dalle civetterie moralistiche di S. Richardson piomberanno, con i primi effetti devastanti dell\u2019industrialismo, nei terrori e orrori del gothic romance. L\u2019Illuminismo \u00e8 servito una volta per tutte: l\u2019Uomo della Ragione veniva sconfitto dall\u2019Uomo del Sentimento. E. Burke avrebbe colpito al cuore la dolce armonia del Classicismo: \u00abNessuna passione come la paura priva con tanta efficacia la mente di tutto il suo potere di agire e di ragionare. Poich\u00e9, essendo il timore l\u2019apprensione di un dolore o della morte, agisce in modo da sembrare un dolore reale. Tutto ci\u00f2, quindi, che \u00e8 terribile alla vista \u00e8 pure sublime\u00bb <div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-1 hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\" style=\"--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-overflow:visible;--awb-flex-wrap:wrap;\" ><div class=\"fusion-builder-row fusion-row\"><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-0 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\">[E. Burke, <em>Ricerca sull\u2019origine delle idee del sublime e del bello<\/em> (1756), Milano, Minuziano, 1995, p. 119]. Pi\u00f9 tardi Kant con la <em>Critica del giudizio<\/em> (1790) doveva considerare il sublime causa di una commozione del soggetto, diviso fra piacere e dispiacere per la grandezza esorbitante di questa figura estetica, per cui l\u2019approccio appariva traumatico, uno scuotimento profondo che prende di fronte all\u2019incommensurabile. La paura \u00e8 dunque, come aura del sublime, il fervido vessillo dell\u2019arte nuova affiancata alla sensibilit\u00e0 e agli umori del soggetto. A che si deve questa paura? Senza dubbio alla scomparsa graduale (Inghilterra) o improvvisa (Francia) del vecchio mondo feudale. L<em>\u2019Orbis Pictus<\/em> \u00e8 crollato: le rovine dei castelli rivelano la fine dell\u2019autorit\u00e0 e dell\u2019arbitrio signorile. Ma da quelle mura dissestate si muovono di notte, al chiarore lunare, ombre spettrali, fantasmi, mostri. Tutto ci\u00f2 che \u00e8 strano, diverso, anche il mostruoso, &#8211; aveva detto J. Addison in &#8220;The Pleasures of the Imagination<em>&#8220;<\/em> [<em>The Spectator<\/em>, 1711] &#8211; produce piacere e quindi esalta le facolt\u00e0 di osservazione. Cos\u00ec, lungo il fecondo dibattito sul gusto e sul pittoresco si era giunti alla scoperta del fruitore dell\u2019arte: il lettore, lo spettatore. In effetti erano in due ad avere paura: colui che la metteva in scena, smarrito di fronte ad una crisi sociale e antropologica di vaste dimensioni affondata nel cuore stesso delle cose e delle parole, e colui, anzi coloro che subivano in silenzio, spaesati e immiseriti, le conseguenze laceranti delle rivoluzioni politiche e industriali con cui l\u2019Europa passava dal XVIII al XIX secolo. In questi frangenti un curioso e significativo paradosso estetico poneva in parallelo David, il rivoluzionario, che ritraeva le scene madri del \u00abGiuramento della Pallacorda\u00bb e Napoleone a cavallo nello stile aulico e freddo dell\u2019antica Roma, e Goya, conservatore, che nelle serie di acqueforti dei \u00abDesastres de la guerra\u00bb, dei \u00abCaprichos\u00bb e del potente \u00abEl sue\u00f1o de la raz\u00f2n produce monstruos\u00bb, forgiava lo stile convulso e inquietante della nuova arte romantica. All\u2019astrattezza razionale dell\u2019incutere paura nella esaltazione della forza si affiancava il concreto sentimento suggestivo del timore per la terribilit\u00e0 dei nuovi tempi. Ma la paura, come sappiamo, ha due facce, due direzioni assolutamente diverse, anzi opposte: a) \u00e8 un\u2019emozione profonda di fronte alla presenza improvvisa e minacciosa di cose o persone che allarmano il soggetto aggredito e lo inducono a cercare attivamente una difesa e una via di scampo; oppure b) \u00e8 un\u2019emozione paralizzante dinanzi a una situazione o a uno spettacolo oltremodo crudele e immondo che induce il soggetto a ritrarsi in se stesso incapace di pensare e di agire. Ora questa netta formulazione dicotomica della moderna Psicologia tra una paura \u00abpositiva\u00bb, comune a tutti gli esseri viventi, e una paura \u00abnegativa\u00bb, specifica dell\u2019uomo affascinato da un potere sovrastante, frustrato per la subitanea mancanza di riflessi e di immaginazione, era stata prospettata dalla celebre scrittrice di <em>gothic romances<\/em>, Ann Radcliffe che affermava in un articolo [uscito postumo sul <em>New Monthly Magazine<\/em>, vol. 7, 1826]: \u00abTerrore e orrore sono tanto opposti tra loro che se il primo pu\u00f2 espandere lo spirito e risvegliarne le facolt\u00e0 fino al pi\u00f9 alto livello di vita, l\u2019altro contrae, raffredda e finisce per annientare quelle facolt\u00e0\u00bb. Per la Radcliffe, come per la successiva et\u00e0 vittoriana, l\u2019orrore costituiva un vero tab\u00f9, era il puro male, mentre il terrore (dal cui stato di suspence deriv\u00f2 la <em>detective story<\/em>) era pur sempre un avvertimento alla veglia. Di fatto nell\u2019immaginario borghese ci\u00f2 che blocca lo stimolo ad agire, a produrre &#8211; tipici emblemi di parata del <em>self made man<\/em> &#8211; risulta malsano, intollerabile. L\u2019orrore visionario del <em>voyeur<\/em> sprofonda ben oltre l\u2019inconscio fino all\u2019elementare rigurgito peristaltico delle nostre funzioni fisiologiche: \u00e8 l\u2019incontro con l\u2019<em>es<\/em> negli strati magmatici delle pulsioni rimosse, dell\u2019interdetto, del disgusto. Questa libera rappresentazione delle ombre mostruose che ci portiamo dentro &#8211; scoppiata nell\u2019et\u00e0 barocca dallo spaesamento delle comunit\u00e0 cattoliche di fronte alle lacerazioni prodotte dalla Riforma luterana che aveva spaccato l\u2019Europa in due fra Nord e Sud &#8211; torner\u00e0 con gli scrittori romantici pi\u00f9 antihegeliani nella loro discesa agli inferi (da E.T.A. Hoffmann a E.A. Poe, da Ch. Maturin a L. Tieck, da Ja. Cazotte a C. Nodier, da M. Shelley a H. de Balzac) a descrivere i tormenti profondi di un<em> io<\/em> dissestato, diviso, crudelmente chiuso in se stesso. Terrore e orrore domineranno cos\u00ec nella letteratura come nelle arti figurative dell\u2019et\u00e0 romantica inaugurando &#8211; nei temi del doppio, del demoniaco, dell\u2019attraversamento della soglia fra reale e irreale &#8211; la grande e inquietante stagione del fantastico.<\/p>\n<p>&nbsp;<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La fine del realismo, iniziata in un\u2019Inghilterra ormai padrona del commercio su tutti i mari, trova nei letterati pi\u00f9 attenti gli afrori e le smanie sentimentali che dai giochi verbali e grafici di L. Sterne, dalle morbidezze di H. Mackenzie, dalle civetterie moralistiche di S. 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