﻿{"id":2047,"date":"2012-06-19T10:37:53","date_gmt":"2012-06-19T10:37:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/wp\/?page_id=2047"},"modified":"2016-11-09T18:26:25","modified_gmt":"2016-11-09T17:26:25","slug":"editoriale-questione-romantica-n-17","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/editoriale-questione-romantica-n-17\/","title":{"rendered":"La Questione Romantica: Imperialismo\/Colonialismo (editoriale)"},"content":{"rendered":"<p>Il 2007 \u00e8 stato celebrato in Inghilterra e nel mondo come il bicentenario dell\u2019abolizione del commercio degli schiavi, attivit\u00e0 che dalla met\u00e0 del Cinquecento fino all\u2019inizio dell\u2019Ottocento vide come protagoniste in primo piano le navi europee che dall\u2019africa centrale prelevavano e trasportavano forzatamente nel continente americano una medi di 60.000 schiavi all\u2019anno. Si calcola infatti che nel corso di questi secoli circa 12 milioni di africani furono imbarcati e destinati al mercato degli schiavi americani. Per ricordare l\u2019atto parlamentare inglese che il 25 marzo 1807 dichiar\u00f2 l\u2019illegalit\u00e0 di tale pratica, con ovvie ed importanti conseguenze sul piano economico, politico e sociale non solo in Gran Bretagna ma in tutto il mondo, si sono organizzate ne corso dell\u2019anno varie iniziative culturali, convegni, mostre, spettacoli teatrali e produzioni cinematografiche, dedicate al tema del colonialismo e in particolare del abolizionismo. I riflettori si sono cos\u00ec accesi sulla produzione letteraria e artistica del periodo di massima espansione coloniale europea. Il dibattito prende origine dagli eventi storici che coinvolsero le maggiori potenze europee negli ultimi decenni del Settecento fino a tutto il secolo successivo. Per l\u2019Inghilterra furono fondamentali gli anni della rivoluzione americana, che prese avvio con il \u201cTea Party\u201d di Boston, nel 1773, dove venne gettato in mare un carico di t\u00e8 destinato alla madre patria inglese, fino al trattato che a Versailles sanc\u00ec l\u2019indipendenza delle colonie inglesi d\u2019America nel 1783. Di conseguenza, durante i primi decenni dell\u2019Ottocento, l\u2019attivit\u00e0 coloniale inglese si concentr\u00f2 sull\u2019espansione coloniale del continente indiano, in Australia e in Nuova Zelanda, nel sud-est asiatico, in Africa e nelle Indie occidentali. La Francia, a sua volta, dopo aver ceduto all\u2019Inghilterra i territori canadesi e ogni ambizione di controllo economico sull\u2019India a seguito della guerra dei sette anni (1756-1763) e a fronte della clamorosa rivolta degli schiavi nel possedimento di Haiti nel 1791, abbandon\u00f2 ogni pretesa coloniale americana dopo il 1803 e rivolse le sue mire espansionistiche verso l\u2019Africa. D\u2019altro canto, l\u2019impero portoghese, che vide la sua massima fioritura nel XV secolo grazie alle prime scoperte geografiche extra-europee, declin\u00f2 progressivamente nell\u2019Ottocento, tanto pi\u00f9 quando il Brasile si dichiar\u00f2 stato indipendente nel 1822, e dunque, similmente alla Francia , anch\u2019esso diresse la sua flotta verso la conquista del continente africano. Sulla scia delle grandi potenze coloniali, nel tardo Ottocento, si lanciarono in una politica espansionistica anche altri stati europei, come, per esempio, il Belgio. Nazione \u201cgiovane\u201d, resasi autonoma a seguito della rivoluzione del 1830, ottenne il controllo politico ed economico, sotto la guida del re Leopoldo II, dello stato del Congo grazie all\u2019approvazione ufficiale del Congresso di Berlino nel 1885.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda il tema pi\u00f9 specifico della schiavit\u00f9, l\u2019Ottocento fu certamente il secolo centrale per l\u2019animato dibattito politico, letterario e sociale che ospit\u00f2: nel 1807 il parlamento inglese approv\u00f2 l\u2019 \u201cAbolition of the Slave Trade Act\u201d e la schiavit\u00f9 venne proibita come pratica generale nell\u2019impero Britannico dal 1 agosto del 1833. Nelle colonie francesi la schiavit\u00f9 venne abrogata nel 1794, per poi essere reintrodotta da Napoleone nel 1802 e revocata definitivamente nel 1848. Infine negli Stati Uniti l\u2019abolizione del traffico degli schiavi entr\u00f2 in vigore il 1 gennaio 1808 e successivamente, in Brasile nel 1836.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo arco temporale, l\u2019Inghilterra fu certamente tra le potenze coloniali europee quella maggiormente impegnata in una politica di contenimento e di contrasto nei confronti non solo dei paesi colonizzati, ma anche delle altre nazioni d\u2019Europa altrettanto motivate da una politica espansionistica. Alla fine dell\u2019Ottocento la Gran Bretagna vanter\u00e0 il pi\u00f9 vasto impero della storia mondiale, con una popolazione di oltre 400 milioni di persone distribuite su tutti i continenti. Le motivazioni e le conseguenze economiche e politiche che accompagnarono il fenomeno coloniale di questo periodo ebbero una portata tale da influenzare complessivamente tanto le abitudini sociali delle nazioni colonizzate quanto quelle delle nazioni colonizzatrici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi emerge in tutta la sua ampiezza l\u2019acceso dibattito che, nelle varie sedi editoriali sia europee che extra-europee, coinvolse generazioni di intellettuali del periodo romantico sui temi dell\u2019imperialismo e sulla diffusione delle politiche espansionistiche. Il fenomeno coloniale ebbe ricadute e influenze importanti, e soprattutto irreversibili, al punto che l\u2019ideologia imperialista rimarr\u00e0 ben salda e teorizzata anche dopo la fine delle singole dominazioni territoriali, innescando a catena altri importanti fenomeni di dipendenza politica, economica e culturale nei secoli successivi la conquista. Il processo di de-colonizzazione e la lotta anti-imperialista restano infatti, tutt\u2019oggi al centro del dibattito post-coloniale poich\u00e9 impressi in maniera indelebile nella memoria collettiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La letteratura prodotta tra la fine del Settecento e i primi decenni dell\u2019Ottocento riflette una societ\u00e0 e una cultura profondamente pervase dall\u2019ideologia coloniale: la scrittura letteraria si rivela quindi uno strumento indispensabile per mettere a fuoco e interpretare il pensiero epocale. Numerosi studi critici negli ultimi decenni si sono avvicinati con una lente post-coloniale non solo alle opere considerate da sempre specchi esemplari dell\u2019imperialismo (quali <em>Robinson Crusoe <\/em>di Defoe <em>Gulliver\u2019s Travels <\/em>di Swift<em> Heart of Darkness <\/em>di Conrad), ma anche produzioni meno note che trattano della figura del diverso e dello schiavo(come romanzi, poesie e drammi teatrali pubblicati da scrittori e scrittrici inglesi, francesi, belgi o portoghesi e considerati tradizionalmente minori). Inoltre opere valutate da sempre come conformi alle norme del canone letterario ottocentesco si sono rivelate, ad un\u2019attenta lettura, in conflitto con l\u2019ideologia coloniale contemporanea (com\u2019\u00e8 il casodelle opere di Jane Austen oppure di Rudyard Kipling). Infine, produzioni di autori nativi dei paese occupati o da essi provenienti sono oggetto di un accurato studio secondo un\u2019ottica post-coloniale perch\u00e9 rivelano conflitti di identit\u00e0 privata e pubblica causati da un presupposto imperialista, come ad esempio negli autori irlandesi dell\u2019Ottocento oppure quelli provenienti dal Congo Belga.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ampio corpus della critica che oggi si definisce post-coloniale ha tra i suoi studi fondamentale quelli di Edward Said, con le controverse interpretazioni del romanzo inglese dell\u2019Ottocento. <em>Orientalism <\/em>del 1978 e<em> Culture and Imperialism <\/em>del 1993 sono diventati un punto di partenza nel campo degli studi sulla letteratura coloniale europea, e hanno dato origine a nuove e spesso contrastanti teorie. Nel leggere e interpretare le opere di tema coloniale pubblicate nell\u2019ottocento, Said le ha etichettate globalmente, seguendo un\u2019ottica univoca, come sostenitrici dell\u2019ideologia imperialista in quanto prodotte durante quel determinato periodo storico. Tale lettura ha dato adito ad un ampio dibattito incentrato sull\u2019interpretazione dei testi del periodo coloniale anche da prospettive diverse. Gli studiosi del romanticismo hanno infatti sottolineato l\u2019importanza del fattore storico, sostenendo che non si possano totalmente ignorare, come avrebbe fatto Said, il contesto sociale e politico nel quale si situa la pubblicazione di argomento coloniale, le finalit\u00e0, e tanto meno il <em>gender<\/em> dell\u2019autore e il pubblico al quale viene rivolta l\u2019opera. Di conseguenza,un approccio critico storicista e neo-storicista pu\u00f2 essere utile nello sviluppare ulteriormente l\u2019indagine iniziata da Said e dai suoi contemporanei, prendendo in considerazione le relazioni storiche ed estetiche degli scritti letterari del periodo, non solo riguardanti l\u2019Oriente, ma anche altre aree geografiche colonizzate, e non unicamente dall\u2019Inghilterra ma anche dalle altre potenze europee. Homi K. Bhabha \u00e8 stato uno dei pi\u00f9 autorevoli studiosi ad andare oltre l\u2019approccio di Said,mettendo in evidenza l\u2019importanza dell\u2019ambivalenza e dell\u2019incertezza che si manifestano all\u2019interno del discorso coloniale quando esso viene &lt;&gt; dalla propria origine imperialista e riprodotto \u2013<em>mimicked<\/em>, per usare il termine dello stesso Bhabha \u2013 dal soggetto colonizzato. Nella sua complessit\u00e0, la nozione di hybridity usata da Bhabha postula che i soggetti coloniali includano e conservino inevitabilmente la traccia del represso e che quindi non li si possa definire o classificare in maniera definitiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le distinzioni\u00a0\u00a0 terminologiche diventano rilevanti quando ci si avvicina alla letteratura romantica, come viene messo in rilievo da Tim Fulford e Peter J. Kitson nel loro studio su <em>Romanticism and Colonialism; Writing and Empire, 1780-1830<\/em> (1998). Seguendo una prospettiva marxista (in parte gi\u00e0 formulata in P. Williams, L Chrisman, eds<em>, Colonial Discorse in Post-Colonial Theory: A Reader, <\/em>1994) il colonialismo \u00e8 definito come un\u2019asserzione di conquista e di controllo diretta a territori appartenenti ad altre comunit\u00e0; si tratterebbe\u00a0 di una particolare fase storica di un fenomeno invece ben pi\u00f9 ampio quale quello dell\u2019imperialismo, definito come la globalizzazione della modalit\u00e0 capitalista della produzione. Nell\u2019introduzione Fulford e Kitson sottolineano la distinzione tra colonialismo, inteso come un sistema di conquista e controllo materiale, e imperialismo, considerato invece una forma di colonialismo rinforzato dall\u2019egemonia culturale e\u00a0 dagli imperativi ideologici. Il fenomeno del colonialismo appare dunque come un evento storico del passato, al contrario di quello imperialista che invece si protrae fino ai giorni nostri, in forma di ambizione globale del capitalismo occidentale che continua ad esercitare un monopolio ideologico e culturale. La letteratura prodotta tra la fine del Settecento e gli inizi dell\u2019Ottocento ebbe un ruolo fondamentale nel dare forma estetica al discorso imperialista, promovendo o contrastando il progetto coloniale, divulgandone gli stereotipi o diffondendone le resistenze. Non si pu\u00f2 ignorare, per esempio i, il ruolo che molte pubblicazioni del periodo ebbero nel propagandare il concetto di supremazia culturale inglese su altre nazioni: si consideri l\u2019esaltazione della nazione e il ruolo centrale dell\u2019io poetico come &lt;&gt; rappresentativo dell\u2019intera nazione nella poesia di William Wordsworth, di Samuel Taylor Coleridge, di Anna Laetitita Barbauld o di Felicia Hemans come discorso politico e culturale universale. Tuttavia, la produzione letteraria romantica non pu\u00f2 essere interpretata in maniera univoca come essenzialmente a sostegno della dominazione imperialista e coloniale ,in quanto questi stessi autori hanno saputo dar voce all\u2019impegno sociale, quando non addirittura abolizionista, nelle loro opere. Esiste, inoltre, una vasta produzione letteraria che manifesta una vivace &lt;&gt;all\u2019ideologia e cultura imperialista. Basti pensare, per esempio, all\u2019ampia e articolata produzione abolizionista di scrittori e scrittrici provenienti da classi sociali diverse, con credenze religiose varie e contrastanti, con idee politiche antagoniste che per\u00f2 anim\u00f2 il dibattito antischiavista e anticolonialista in tutta Europa all\u2019inizio dell\u2019Ottocento. Non stupir\u00e0 dunque se, ad un\u2019attenta lettura, i testi romantici rivelano una forte instabilit\u00e0 e una diffusa ambiguit\u00e0. Si tratta di contraddizioni generate da un\u2019epoca storica nella quale l\u2019intellettuale \u00e8 alla costante ricerca di un\u2019identit\u00e0 propria e al contempo si mette inevitabilmente in ascolto delle voci collettive che provengono dalle svariate comunit\u00e0 sociali che le generano. Gli studi etnografici e i dibattiti razziali degli ultimi anni hanno mostrato come non si possa adeguatamente discutere di Romanticismo senza tenere nel debito conto le sue varie e diverse implicazioni e, soprattutto le sue forti resistenze al discorso coloniale e colonialista in nazioni quali Gran Bretagna, Francia, Belgio e Portogallo sempre pi\u00f9 imperialiste nella loro politica espansionista extra-europea con l\u2019avanzare del diciannovesimo secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Questo numero de <em>La Questione Romantica<\/em> \u00e8 stato curato da Serena Baiesi.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 2007 \u00e8 stato celebrato in Inghilterra e nel mondo come il bicentenario dell\u2019abolizione del commercio degli schiavi, attivit\u00e0 che dalla met\u00e0 del Cinquecento fino all\u2019inizio dell\u2019Ottocento vide come protagoniste in primo piano le navi europee che dall\u2019africa centrale prelevavano e trasportavano forzatamente nel continente americano una medi di 60.000 schiavi all\u2019anno. 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