﻿{"id":59,"date":"2011-11-30T10:44:51","date_gmt":"2011-11-30T10:44:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/wp\/?p=59"},"modified":"2016-11-09T18:26:36","modified_gmt":"2016-11-09T17:26:36","slug":"s-t-coleridge-il-critico-come-traduttore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/s-t-coleridge-il-critico-come-traduttore\/","title":{"rendered":"S.T. Coleridge: il critico come traduttore"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><a title=\"Go to La Questione Romantica.\" href=\"..\/?page_id=49\">La Questione Romantica<\/a> &gt; <a href=\"http:\/\/www.lilec.it\/romanticismo\/wp\/?page_id=52\">Organicismo\/Meccanicismo<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Paola Colaiacomo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 risaputo come nel capitolo ventiduesimo della <em>Biographia Literaria<\/em> Coleridge, da fine osservatore e studioso della fenomenologia della mente e del linguaggio nella loro complessa rete di interrelazioni, si \u00abavventuri\u00bb &#8211; la parola \u00e8 sua &#8211; ad indicare come prova definitiva di stile poetico impeccabile l&#8217;\u00abintraducibilit\u00e0\u00bb delle parole di una poesia in altre della stessa lingua:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">In poetry, in which every line, every phrase, may pass the ordeal of deliberation and deliberate choice, it is possible, and barely possible, to attain that ultimatum which I have ventured to propose as the infallible test of a blameless style, namely its untranslatableness in words of the same language without injury to the meaning <div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-1 hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\" style=\"--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-overflow:visible;--awb-flex-wrap:wrap;\" ><div class=\"fusion-builder-row fusion-row\"><div class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-0 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height\" style=\"--awb-bg-size:cover;--awb-margin-bottom:0px;\"><div class=\"fusion-column-wrapper fusion-flex-column-wrapper-legacy\">[COLERIDGE 1983, II, p. 142].[1]\n<p style=\"text-align: justify;\">Egli sta a quel punto passando in rassegna le \u00abbellezze\u00bb (<em>excellencies<\/em>) della poesia di Wordsworth, tra le quali colloca al primo posto l&#8217;\u00abaustera purezza della lingua\u00bb, cos\u00ec dal punto di vista grammaticale come da quello logico, ovvero \u00abuna perfetta propriet\u00e0 di significato\u00bb. Tuttavia, si affretta ad aggiungere, con una precisazione che, caratteristicamente, allarga, pi\u00f9 di quanto non restringa, il campo dell&#8217;indagine, per \u00absignificato\u00bb (<em>meaning<\/em>) di una parola intende tutte le associazioni che essa richiama, non semplicemente il suo \u00aboggetto corrispondente\u00bb:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">Be it observed, however, that I include in the meaning of a word not only its correspondent object, but likewise all the associations which it recalls. For language is framed to convey not the object alone, but likewise the character, mood and intentions of the person who is representing it.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggetto vale classicamente per tutto ci\u00f2 &#8211; cose, ma anche idee o pensieri &#8211; cui la parola in tanto corrisponde in quanto se lo trova <em>objectum<\/em>, quasi materialmente gettato dinanzi; e in maniera cos\u00ec vivida ed esclusiva che, a quell&#8217;incontro, essa non pu\u00f2 che rispondere in maniera consonante. E\u2019 con tale consecutivit\u00e0 che Coleridge vuole rompere quando tra la parola e il suo oggetto fa apparire,\u00a0<em>tertium<\/em> imprescindibile, la variabile del <em>meaning<\/em>: a mediare, ma anche ad articolare in maniera assai pi\u00f9 complessa la successione delle cause e degli effetti.<br \/>\nSi noti come il legame che qui Coleridge stabilisce tra\u00a0<em>word<\/em> e\u00a0<em>object<\/em> non sia n\u00e9 quello di una prensilit\u00e0 immediata &#8211; e come potrebbe esserlo? &#8211; n\u00e9 quello di un arbitrario convenzionalismo. In un caso come nell&#8217;altro, non si sarebbe trattato che di una forma di necessit\u00e0, e dunque di una differente gradazione di materialismo. Tale ingenuo determinismo non corrisponde affatto all&#8217;idea che egli ha della lingua, tanto meno della lingua poetica.<br \/>\nTra la parola e l&#8217;oggetto Coleridge interpone, a complicare una relazione troppo meccanica, il livello del \u00absignificato\u00bb (<em>meaning)\u00a0.<\/em> II <em>meaning<\/em> non inerisce n\u00e9 alla parola in se stessa, n\u00e9 &#8211; e questo forse e pi\u00f9 ovvio &#8211; all&#8217;oggetto al quale la parola si riferisce. Tuttavia \u00e8 innegabile che il <em>meaning<\/em> in qualche modo tocchi l\u2019oggetto: esso di fatto tocca l\u2019oggetto &#8211; il mondo, possiamo dire &#8211; soltanto in quanto tocca allo stesso tempo il soggetto. II mean-ing e primariamente una volont\u00e0 di significare, un&#8217;intenzione che il soggetto ha di trasmettere il proprio carattere, il proprio stato d&#8217;animo, la propria volont\u00e0, attraverso le parole che usa. Niente di pi\u00f9 di questo.<br \/>\nMediante le parole &#8211; qualcosa cio\u00e8 che appartiene gi\u00e0 alla lingua &#8211; qualcosa che e sempre\u00a0<em>gi\u00e0 l\u00ec<\/em>\u00a0prima che incominci a parlare, il poeta certamente non raggiunge l\u2019oggetto esterno &#8211; anch&#8217;esso del resto sempre gi\u00e0 l\u00ec &#8211; nemmeno quello che potrebbe considerarsi un oggetto esterno di tipo assolutamente particolare: una poesia, o una serie di poesie, preesistenti. Questo rimane vero, nonostante l\u2019esplicita disposizione, da parte del componimento nuovo venuto, a stabilire una relazione coi propri antenati: ad aprire con loro un dialogo, entrando in un tipo del tutto particolare di conversazione. Malgrado la sua disposizione, cio\u00e8, a stabilire un legame, se non apertamente di tipo traduttivo, certamente con la traduzione &#8211; con la sua idea implicita di un trasferimento, di un trasloco o trasporto delle parole &#8211; assai strettamente imparentato.<br \/>\nPerch\u00e9, e in questo \u00e8 tutto il punto, se le parole di una poesia fossero cos\u00ec facilmente raggiungibili, come \u00aboggetti corrispondenti\u00bb, da parte di quelle di altre poesie, perch\u00e9 non dovrebbero essere altrettanto facilmente alla loro portata una scena naturale, un volto, o un&#8217;emozione? E\u2019 paradossale, ma vero: una volta che il principio dell&#8217;<em>intraducibilit\u00e0 <\/em>delle parole di una poesia in altre appartenenti alla stessa lingua sia stato stabilito, va riconosciuto che proprio quell&#8217;intraducibilit\u00e0 e strettamente imparentata con la disposizione della lingua poetica a significare. E\u2019 precisamente perch\u00e9 v&#8217;\u00e8 in esso questa spinta a trasmettere soprattutto uno stato d&#8217;animo, che il linguaggio &#8211; e in forma ancor pi\u00f9 intensificata il linguaggio poetico &#8211; e prima di tutto un&#8217;intenzionalit\u00e0, precisamente un\u00a0<em>meaning<\/em> .<br \/>\nCarattere, umore, intenzioni, sono quanto non si trova <em>gi\u00e0 l\u00ec<\/em>, quando il soggetto incomincia a parlare poeticamente. II\u00a0<em>meaning<\/em> viene immesso nel mondo, tramite la parola, proprio perch\u00e9 il mondo, fino a quel momento, non lo contiene. E al livello del\u00a0<em>meaning<\/em> che la lingua si rivela per quello che \u00e8: forza produttiva, non riproduttiva. Nessuna meraviglia che le parole di una poesia, ossia il suo significato, non possano essere spostate, mutate, sostituite &#8211; la traduzione essendo una somma di tutte queste operazioni -senza perdita o danno. Solo in quelle parole, e non in altre, quel particolare <em>meaning<\/em> esiste nel mondo.<br \/>\nE\u2019 importante osservare come il <em>meaning<\/em> non coincida ne con la nozione di significante n\u00e9 con quella di significato. Coleridge si arresta al di qua della dottrina del segno, con le sue ovvie implicazioni di dualismo: di spirito e materia, suono e senso, mente e corpo. In tutte le cose, temporali e spirituali, suo punto d&#8217;arrivo ideale \u00e8 l\u2019unit\u00e0: <em>unity<\/em>, o <em>oneness<\/em>. Come pura intenzionalit\u00e0, il <em>meaning<\/em>, con la sua concomitante <em>untranslatableness<\/em>, non pu\u00f2 essere distaccato dalle parole che il soggetto pronuncia. Piuttosto, esso connette quel soggetto al mondo esterno.<br \/>\nSi pu\u00f2 intendere la portata dello spostamento che le parole di Coleridge presuppongono, richiamandosi all&#8217;<em>Essay upon Human Understanding<\/em> di Locke, il cui III libro, \u00abOf Words\u00bb, costituisce uno dei testi fondamentali per la filosofia illuministica del linguaggio &#8211; fino alla parziale rottura che se ne ebbe con Rousseau &#8211; e uno dei principali punti di riferimento negativi, impliciti o espliciti, di ogni meditazione romantica sulla lingua degli uomini e sulle leggi del suo funzionamento. A proposito del nesso di significazione, si legge in Locke:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">Thus we may conceive how <em>words<\/em>, which were by nature so well adapted to that purpose, came to be made use of by men\u00a0<em>as the sign of <\/em>\u00a0their <em>ideas <\/em>: not by any natural connexion that there is between particular articulate sounds and certain ideas, for then there would be but one language amongst all men; but by a voluntary imposition whereby such a word is made arbitrarily the mark of such an idea The use, then, of words is to be sensible marks of ideas, and the\u00a0ideas they stand for are their proper and immediate signification. [&#8230;] words, in their primary\u00a0<em>or immediate signification<\/em>, <em>stand for nothing<\/em> <em>but the ideas in the mind of him that uses them<\/em>, how imperfectly soever or carelessly those ideas are collected from the things which they are supposed to represent. When a man speaks to another, it is that he may be understood; [&#8230;] But when he represents to himself other men&#8217;s ideas by some of his own, if he consent to give them the same names that other men do, it is still to his own <em>ideas<\/em>: to <em>ideas<\/em> that he has, and not to <em>ideas<\/em> that he has not [LOCKE, III, iii, pp. 1-2 passim; ii, p. 12].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La\u00a0<em>signification<\/em> \u00e8 qui pensata come avente inizio, idealmente, solo dopo che la coppia parola-idea si \u00e8 costituita. La parola \u00absignificherebbe\u00bb anzi precipuamente proprio la saldezza di quell&#8217;unione che la precede e la autorizza. Si noter\u00e0 come il complesso concettuale legato alla significazione venga abolito da Coleridge il quale, coerentemente, non parla pi\u00f9 di <em>signification<\/em>, ma di <em>meaning<\/em>. E basterebbe gi\u00e0 la diversa suffissazione delle due parole &#8211; <em>mean-ing, significat-ion<\/em> &#8211; a evidenziare lo spostamento che si \u00e8 attuato da una concezione del significato come valore inerente alla parola e oggettivamente in essa riscontrabile, a quella della parola come energia liberamente immessa dal parlante nella <em>conversazione<\/em>, che \u00e8 civile esercizio di convergenza e circolazione di forze psichiche e intellettuali.<br \/>\nSe nel significato (<em>meaning<\/em>) di una determinata parola vengono fatti rientrare \u00abil carattere, l\u2019umore e le intenzioni\u00bb del soggetto che la sta usando, si capisce come quella parola non possa mai del tutto coincidere con un significato stabilito a priori. Non possa esser sentita soltanto come marca distintiva, come nome, dell&#8217;idea. Con Milton, Coleridge ripete:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">The meaning, not the name I call [MILTON 1975, VII, v. 5].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una volta spostato l\u2019accento sul <em>meaning<\/em> a scapito della <em>signification<\/em>, la parola non sta pi\u00f9 in rapporto di causa\/effetto con la cosa, nemmeno con quella cosa del tutto particolare che \u00e8 l\u2019idea della quale funzionerebbe, secondo la linguistica lockiana, come semplice segnale di richiamo. E\u2019 un mero <em>sophisma pigrum<\/em> quello che convalida tale modo di pensare sulla base della falsa evidenza del senso interno:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">By the very same argument the supporters of the Ptolemaic system might have rebuffed the Newtonian, and pointing to the sky with self-complacent grin have appealed to common sense whether the sun did not move and the earth stand still [COLERIDGE 1983,1, pp. 138-39].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La parola si applicava all&#8217;idea, in Locke, per volontaria imposizione. E l&#8217;idea conosceva il mondo \u00abraccogliendolo\u00bb o \u00abcollezionandolo\u00bb dalle cose: \u00abhow imperfectly soever or carelessly those ideas are collected from the things which they are supposed to represent\u00bb. Era dunque postulato come immanente alla lingua un sistema di temporalit\u00e0 sempre posteriore, che non ha pi\u00f9 ragion d&#8217;essere una volta che alla parola non si attribuisca pi\u00f9, rispetto all&#8217;idea, quel sia pur minimo ritardo temporale che \u00e8 invece ineliminabile da un legame di tipo causativo, o giustappositivo. Non stando per l\u2019idea, non essendo dell&#8217;idea il segno, ne il nome, la parola non \u00e8 <em>sopravveniente<\/em> all&#8217;idea. Come energia immaginativa originariamente immessa nel mondo dal parlante, essa non intrattiene col mondo esterno alcun rapporto di consecutivit\u00e0.<br \/>\nPotrebbe sembrare che lo spostamento da Coleridge qui attuato sia a favore di un uso del tutto soggettivo della lingua, svincolato dal patto comunicativo. Aperto, al fondo, ad ogni avventura; bordeggiante l&#8217;irrazionalit\u00e0, l\u2019irresponsabilit\u00e0 di una parola intesa come automatica risposta allo stimolo della passione. Di una parola fatta pura sonorit\u00e0, magari registrata nella scrittura. Cos\u00ec intesa, la parola non sarebbe niente di pi\u00f9 che il verso dell&#8217;uomo e, pi\u00f9 che aprirlo al mondo della comunicazione e della sociale conversazione, lo rinchiuderebbe, proprio in quanto parlante, entro i limiti di una risposta preordinata all&#8217;interno di una capacita reattiva data. II massimo di libert\u00e0 espressiva i parlanti lo esplicherebbero allora mediante apposizione di segno negativo al nome, o al verbo, i quali sarebbero per loro natura sempre affermativi, in quanto sempre riconducibili agli stimoli sensoriali provenienti dal mondo esterno. La parola non sarebbe allora che il sigillo finale di tale insuperabile claustrazione nel sensibile.<br \/>\nSi avrebbe la lingua mutila degli <em>Houyhnhnms<\/em> di Swift, il quale proprio attraverso quell\u2019immortale invenzione aveva trovato il modo di insinuare la propria critica corrosiva alla concezione lockiana del linguaggio. Ma Coleridge si muove lungo percorsi pi\u00f9 moderni, legati semmai alla nuova filosofia idealistica, abbandonando definitivamente la maniera dei grandi precursori settecenteschi, come Swift e Sterne, i quali avevano sviluppato le loro posizioni sulla linguistica lockiana mediante radicalizzazione ed estremizzazione satirica delle premesse implicite in quella filosofia del linguaggio, alla quale del resto esplicitamente si richiamano.<br \/>\nOra Coleridge vuol dimostrare che proprio quel realismo \u00abtolemaico\u00bb che tanto saldamente sembrava legare la parola al mondo, suo centro visibile secondo ogni evidenza dei sensi, di fatto lavorava all&#8217;effetto, esiziale per la comunicazione, di una chiusura derealizzante tra i fantasmi della pura soggettivit\u00e0. Proprio quel preteso realismo era idealistico, ma in senso del tutto negativo: non secondo l\u2019accezione al momento in cui egli scrive ormai storica del termine, bens\u00ec secondo quella, non tecnica e apertamente dispregiativa, che esso assume nel parlare comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">The hypothesis of an external world exactly correspondent to those images or modifications of our own being which alone (according to this system) we actually behold, is as thorough idealism as Berkeley&#8217;s, inasmuch as it equally (perhaps, in a more perfect degree) removes all reality and immediateness of perception and places us in a dream-world of phantoms and spectres, the inexplicable swarm and equivocal generation of motions in our own brains [COLERIDGE 1983, I, p. 137].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell&#8217;aspirazione lockiana a fare della parola, sempre pi\u00f9 rigorosamente, il segnale o marchio dell&#8217;idea, ripulendola da ogni infiltrazione di indebito soggettivismo, a garanzia della sua affidabilit\u00e0 come strumento di conoscenza della realt\u00e0 esterna &#8211; aspirazione che \u00e8 alla base anche del progetto della Royal Society &#8211; Coleridge individua il germe di uno scetticismo, di un idealismo, come gi\u00e0 in Hume e in Berkeley, che gli appaiono profondamente intrisi di volgare materialismo. Un materialismo di cui ritrova gli sviluppi finali nell&#8217;associazionismo hartleyano. Tuttavia egli non sviluppa la sua critica al realismo di lockiana ascendenza nei modi dell&#8217;accentuazione satirica delle premesse, quei modi che erano gi\u00e0 stati sperimentati e utilizzati fino agli esiti logici finali dai grandi scrittori del secolo precedente, come Swift e Sterne.<br \/>\nN\u00e9 va a questo punto sottovalutata la circostanza che la sua educazione scolastica pre-universitaria &#8211; ormai certamente lontana nel tempo, ma vivida nella memoria &#8211; fosse stata prevalentemente di tipo linguistico. E l\u2019idea stessa di un&#8217;educazione umanistica, o filosofica, come educazione essenzialmente linguistica &#8211; con l\u2019accurato addestramento che questa comporta nelle lingue vive e morte &#8211; \u00e8 basata su, e conduce verso, il postulato della inamovibilit\u00e0, dunque della sostanziale intraducibilit\u00e0 della parola, cos\u00ec come essa viene ritrovata intessuta in un testo.<br \/>\nNel capitolo I della <em>Biographia Literaria<\/em>, Coleridge da conto del proprio addestramento ai classici, dello studio minuzioso al limite del pedantesco delle peculiarit\u00e0 lessicali, grammaticali e sintattiche dei maggiori poeti e prosatori latini e greci, secondo quanto richiesto dall&#8217;insegnante, cui in via un postumo pensiero di gratitudine. I suoi scolari, dice, giungevano tutti all&#8217;universit\u00e0 gi\u00e0 \u00abeccellenti classicisti e passabili ebraisti\u00bb. II reverendo James Bowyer fondava il proprio insegnamento sul costante esercizio della traduzione e dell&#8217;analisi lessicale e sintattica dei testi letterari, secondo l\u2019implicita premessa della reciproca comparabilit\u00e0 delle lingue, e di una circolazione, tramite le lingue, delle letterature antiche e moderne:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">At the same time that we were studying the Greek Tragic Poets he made us read Shakespeare and Milton as lessons [&#8230;] I learnt from him that Poetry, even that of the loftiest, and, seemingly, that of the wildest odes, had a logic of its own, as severe as that of science; and more difficult, because more subtle, more complex, and dependent on more and more fugitive causes. In the truly great poets, he would say, there is a reason assignable, not only for every word, but for the position of every word; and I well remember, that availing himself of the synonimes to the Homer of Dydimus, he made us attempt to show, with regard to each, why it would not have answered the same purpose, and wherein consisted the peculiar fitness of the word in the original text [COLERIDGE 1983, I, p. 9].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La parola della poesia, pi\u00f9 difficile di quella della scienza perch\u00e9 dipendente da cause persino pi\u00f9 sfuggenti, di tanto pi\u00f9 sottile e complessa di quella che osserva la natura di quanto pi\u00f9 sottile e complessa e la tessitura dell&#8217;animo umano, ha tuttavia la grazia di un&#8217;assoluta presenza a se stessa. Pi\u00f9 che stare per l\u2019idea nella mente di chi la usa, si pu\u00f2 dire che sia essa stessa quell\u2019idea resa immediatamente sensibile. Shelley, nella <em>Defence of Poetry,<\/em> user\u00e0 l\u2019immagine del carbone che, sul punto di spegnersi, brilla di un&#8217;accensione improvvisa, come animato da soffio interiore:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">the mind in creation is as a fading coal, which some invisible influence, like an inconstant wind, awakens to transitory brightness; this power arises from within, like the colour of a flower which fades and changes as it is developed [SHELLEY 1988, p. 294].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo studio precoce e prolungato della poesia antica e moderna adeguatamente prepara il futuro critico e poeta che e il Coleridge liceale, al ripudio, consumato in et\u00e0 matura, di quella concezione che voleva la parola sempre postuma rispetto all&#8217;idea, sempre soltanto il segno, la marca sensibile, di essa. Cos\u00ec pu\u00f2 avvenire che un curriculum di rigorosa educazione linguistica, tutto imperniato sulla traduzione e l\u2019analisi comparata dei testi classici, raggiunga il suo apice di penetrazione intellettuale, per una sorta di logico paradosso, nell&#8217;identificazione della particolare forma di inamovibilit\u00e0 e insostituibilit\u00e0 incidente alla parola poetica. Perennemente ripiegata su se stessa, quella parola non pu\u00f2 additare infatti altro che se stessa. Per la via di un empirismo fenomenologico, adottato in funzione squisitamente didattica, si giunge a toccare un dato strutturale universalmente valido:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">I was wont boldly to affirm, that it would be scarcely more difficult to push a stone out from the pyramids with the bare hand, than to alter a word, or the position of a word, in Milton or Shakespeare, (in their most important works at least) without making the author say some thing else, or something worse, than he does say. [COLERIDGE 1983, I, p. 23].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Coleridge ricostruisce cos\u00ec a posteriori come vera e propria <em>fictio<\/em> narrativa, la sua analisi della natura e della costituzione del linguaggio poetico: ed \u00e8 in questo senso che un capitolo come il I della <em>Biographia Literaria<\/em>, per larga parte composto di ricordi e rievocazioni personali, rientra a pieno titolo &#8211; senza cio\u00e8 che questo implichi alcun cedimento intimistico &#8211; in una trattazione che vuol essere di teoria letteraria. L&#8217;autobiografia assurge qui a metodo: l&#8217;autobiografismo pu\u00f2 esplicare anzi un massimo di potenziale conoscitivo, poich\u00e9 l\u2019oggetto da conoscere coincide &#8211; come del resto e anche in Wordsworth &#8211; con la mente stessa del poeta. <em>The growth of the poet&#8217;s mind<\/em> \u00e8 tema e <em>fabula<\/em> della <em>Biographia Literaria<\/em> non meno che del <em>Prelude<\/em>.<br \/>\nL&#8217;educazione della mente alla poesia, negli anni adolescenziali della formazione scolastica, \u00e8 degna di essere osservata e ricostruita dal poeta maturo in quanto quella mente era gi\u00e0 per sua natura poetica, gi\u00e0 fin dall&#8217;inizio, magari inconsapevolmente, laboratorio di lingua poetica. Da questo punto di vista, l&#8217;affermazione dell&#8217;intraducibilit\u00e0 delle parole di una poesia in altre della stessa lingua, si presenta, giunti pressoch\u00e9 alla conclusione di un&#8217;opera che pu\u00f2 apparire a prima vista digressiva e divagante, come il degno coronamento di un&#8217;architettura perfettamente calcolata in ogni suo elemento.<br \/>\nII lungo excursus di carattere filosofico, che porter\u00e0, alla fine del tredicesimo capitolo della <em>Biographia Literaria<\/em>, alla celebre disambiguazione delle due funzioni mentali distinte rispettivamente come <em>fancy<\/em> e <em>imagination<\/em>, si apre nel quinto con la rilevazione, non che di una naturale affinit\u00e0 tra le cose e i pensieri, di una loro, altrettanto naturale, disuguaglianza. Viene l\u00ec enunciata una impensata, perch\u00e9 in certo senso fin troppo ovvia, naturale differenza della cosa dal pensiero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">These conjectures, however, concerning the mode in which our perceptions originated, could not alter the natural differences of <em>things<\/em> and <em>thoughts<\/em> [COLERIDGE 1983,1, p. 90].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;affinit\u00e0 era implicita nel rapporto di significazione di tipo lockiano, nel quale il segno era davvero supposto afferrare il suo oggetto e farsene carico, in quanto venivano postulati una sorta di predisposizione naturale, e di perfetto adattamento, della parola all&#8217;idea, o rappresentazione interfere, dell&#8217;oggetto esterno. E proprio questo innesto cos\u00ec facile della parola sull&#8217;idea, nella progressiva perdita di presenza della cosa, ridotta a segnale, quasi a segnaposto, delle cose esterne, presenze inconoscibili e perci\u00f2 minacciose, era stato estremizzato da Sterne fino alla parodia nel <em>Tristram Shandy<\/em>. Si pensi al rapporto di Uncle Toby con la guerra, tutto mediato attraverso modellini di macchine belliche e ricostruzioni miniaturizzate degli spostamenti di truppe e delle postazioni d&#8217;assalto nelle battaglie.<br \/>\nE\u2019 uno strategico passo indietro, quello che riporta Coleridge dalla lockiana \u00abidea\u00bb, che della cosa era gia l\u2019immagine mentale decorporeizzata, alla cosa nella sua insignificanza non sollevata dal verbo, ovvero all&#8217;oggetto mondano e corruttibile. Proprio quella differenza, e ora da lui vista far blocco contro un troppo facile scivolamento dalla cosa nella parola per il tramite dell&#8217;idea. Anche alla cosa e dunque immanente un proprio grado di intraducibilit\u00e0. L&#8217;uscita dal meccanicismo associazionistico ha come ideale punto d&#8217;avvio un&#8217;accentuazione di materialismo, uno sguardo pi\u00f9 rispettosamente posato sulla cosa, sulla sua invincibile resistenza a lasciarsi trapassare e sorpassare dalla parola.<br \/>\nEd e da questo tipo di posizione realistica, letteralmente di attenzione alla cosa in quanto res, che Coleridge si apre la strada verso quella tesi della consustanzialit\u00e0 di parola e pensiero, che in modi diversi influenza tutta la riflessione sulla lingua degli uomini implicita nel suo lavoro di critico e di poeta. Non per niente egli accarezza a lungo, pur senza mai attuarlo, il progetto di una trattazione ampia e sistematica del\u00abPRODUCTIVE LOGOS human and divine\u00bb [COLERIDGE 1983, I, p. 136] da svilupparsi in forma di commentario e introduzione al Vangelo di Giovanni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed \u00e8 nella poesia, che la consustanzialit\u00e0 di parola e pensiero appare massimamente evidente:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">Poetry [&#8230;] is purely <em>human<\/em> &#8211; all its materials are from the mind, and all the products are <em>for<\/em> the mind. [&#8230;] and thus elevates the Mind by making its feelings the Objects of its reflection [&#8230;] [COLERIDGE 1973, III, p. 4397 f48].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che se, al contrario, l\u2019idea di quella consustanzialit\u00e0 dovesse esser ripudiata, cosa sarebbe il pensiero se non appunto un \u00aboggetto\u00bb nel quale l&#8217;occhio interiore si imbatterebbe e che la lingua nominerebbe, ma secondo un meccanicismo che, ben lungi dall&#8217;elevare la mente, rimarrebbe nel suo fondamento del tutto privo di spiegazione?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">It would be easy to explain a thought from the image on the retina, and that from the geometry of light, if this very light did not present the very same difficulty. We might as rationally chant the Brahmin creed of the tortoise that supported the bear that supported the elephant that supported the world, to the tune of \u00abThis is the house that Jack built\u00bb [COLERIDGE 1983, I, pp. 137-38].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La verit\u00e0, ragiona Coleridge, \u00e8 che nell&#8217;analisi del funzionamento della mente ogni meccanicismo, per quanto in apparenza oggettivamente fondato sul dato a prima vista semplice e oggettivamente riscontrabile della cosiddetta realt\u00e0 delle cose, su altro non riposa che sull&#8217;accettazione passiva del \u00abdispotismo dell&#8217;occhio\u00bb [COLERIDGE 1983, I, p. 107]. Falsa conclusione, come falsa nei fatti si dimostra la percezione comune, essa pure apparentemente oggettiva, in quanto avvalorata dall&#8217;esperienza dei sensi, che sia la terra a star ferma e il sole a girarle attorno. Allo stesso modo, ogni teoria che, come quella hartleyana, voglia dar ragione delle idee secondo lo schema di una pretesa corrispondenza tra gli oggetti esterni e le \u00abappropriate configurative vibrations\u00bb [Coleridge 1983, I, p. 108] che essi susciterebbero nella mente dell&#8217;osservatore, cade proprio in base a quel principio del primato dell&#8217;oggetto di cui pretende di farsi portatrice.<br \/>\nL&#8217;ammissione dell&#8217;insuperabile alterit\u00e0 della cosa rispetto al pensiero, infatti, fa emergere in modo definitivo l\u2019incapacit\u00e0 dell\u2019associazionismo di dar veramente ragione dei fatti della mente. Immaginiamo che realmente si producano delle vibrazioni, che denomineremo a ed m in quanto rispettivamente corrispondenti agli oggetti <em>A<\/em> ed <em>M<\/em>, e che esse si saldino tra loro in base ad una pretesa legge della simultaneit\u00e0: resta comunque da spiegare come mai la temporalit\u00e0 del tutto meccanica dell&#8217;oggetto entrerebbe in comunicazione con quella del soggetto percipiente, dal quale propriamente scaturisce la nozione di simultaneit\u00e0, estranea alle cose. L&#8217;aggancio tra le \u00abcose\u00bb e i \u00abpensieri\u00bb permarrebbe comunque inspiegato. E\u2019 l\u00ec il vero problema di ogni meccanicismo associazionistico. E nell&#8217;enigma di quel contatto il suo tallone d&#8217;Achille.<br \/>\nChe se si volesse rispondere, riflette Coleridge, che per dar conto di tale contraddizione, va tenuta presente la \u00abcircostanza della vita\u00bb, dove andrebbe a finire l\u2019invocata \u00abfilosofia meccanica\u00bb? [COLERIDGE 1991, p. 89]. <em>What becomes of mechanical philosophy<\/em> davvero, se proprio l\u2019ipotesi di un mondo esterno esattamente corrispondente alle configurazioni e modificazioni interne al nostro essere e solo da noi stessi contemplabili, finisce col togliere realt\u00e0 e immediatezza alle nostre stesse percezioni, e col collocarci in un mondo onirico, popolato degli spettri e dei fantasmi equivocamente generati dai moti del nostro cervello?<br \/>\nDalla cosa non si arriva dunque mai alla parola secondo una concatenazione causativa di passaggi. Lo stacco che separa il pensiero e il linguaggio dalla pretesa realt\u00e0 esterna, della quale non \u00e8 n\u00e9 la copia n\u00e9 il segno, si manifesta come oggetto reale, degno d&#8217;attenzione. Come oggetto mentale, e a propria volta naturale &#8211; perch\u00e9 \u00abnaturale\u00bb e la differenza \u00abdi pensieri e cose\u00bb &#8211; da studiarsi in quanto tale. Ma senza caduta nel relativismo o nel solipsismo delle posizioni estreme. Senza che la realt\u00e0 esterna venga svalorizzata come nell&#8217;<em>esse <\/em><em>est percipi <\/em>berkeleyano. La percezione della \u00abnatural difference of things and thoughts\u00bb porta ora invece all&#8217;attenzione la realt\u00e0 della mente, la necessit\u00e0 di una migliore conoscenza delle leggi del suo funzionamento.<br \/>\nLa circostanza della vita e cos\u00ec vista fornire un campo di studio e di conoscenza proprio nella sua imprevedibilit\u00e0 e singolarit\u00e0 sempre ripetute. Imprevedibilit\u00e0 e singolarit\u00e0 che sono esse stesse natura &#8211; natura umana -sicch\u00e9 conoscerle e di fatto contribuire a una migliore conoscenza della natura. Ma secondo le leggi e i modi di una fenomenologia della conoscenza completamente diversa da quella che si applica alla natura, e capace, proprio per tale sua diversit\u00e0, di rimettere in gioco la scienza stessa della natura non umana, non coscienziale.<br \/>\nPerch\u00e9 \u00e8 evidente che dal momento in cui quella naturale diversit\u00e0 delle cose e dei pensieri \u00e8 stata rilevata, il paradigma della conoscenza della mente non potr\u00e0 pi\u00f9 assumere la configurazione della corrispondenza: ovvero dell&#8217;adeguamento, sia pur perfetto e simultaneo, del pensiero alla cosa. Ovvero di una risposta al mondo esterno che rimanga compresa nella struttura copia\/modello. Ora invece, a Coleridge, persino ci\u00f2 che comunemente si definisce come \u00abcopia\u00bb appare semmai partecipe dell&#8217;irripetibile impulso creativo che \u00e8 all&#8217;origine del modello: anche il copista della Trasfigurazione, scrive, deve riprodurre dentro di s\u00e9, pi\u00f9 o meno imperfettamente, il processo di Raffaello [COLERIDGE 1991, p. 110].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non la vita come modello, allora, sempre implicante l\u2019adeguamento della copia, ma la vita stessa, una irripetibilit\u00e0, uno fra i milioni di casi possibili: e quello l\u2019oggetto precipuamente da conoscere. Una semplice <em>circostanza<\/em>, uno stare attorno, un&#8217;approssimazione al centro, senza che necessariamente si dia centro. Viene in mente la famosa similitudine di Conrad, applicata a Marlow:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">to him the meaning of an episode was not inside like a kernel but outside, enveloping the tale which brought it out only as a glow brings out a haze, in the likeness of one of these misty halos that sometimes are made visible by the spectral illumination of moonshine [CONRAD 1960, p. 3].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Emerge un&#8217;inedita configurazione della temporalit\u00e0: non raccolta dalle cose e ad esse applicata, ma prodotta dall\u2019interno dello stesso soggetto conoscente. In questo sistema della temporalit\u00e0 che, come l\u2019immaginazione, come la coscienza, ha alla base un impulso produttivo, vuoto di contenuto preesistente, affiora l\u2019essenza del tempo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">The act of consciousness is indeed identical with <em>time<\/em> considered in its essence [COLERIDGE 1983,1, p. 126].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tempo puro, non misurato dall&#8217;orologio della quotidianit\u00e0, \u00e8 quello che coincide con l\u2019azione della coscienza. In quell&#8217;esperienza profonda, singolare, ricca dei tratti della casualit\u00e0, il nesso di parola e pensiero si da in una simultaneit\u00e0 tutta interna alla mente, che sperimenta se stessa come intenzionalit\u00e0, ovvero come <em>meaning<\/em>, come verbalit\u00e0. Nell&#8217;atto del pensiero, la mente fa l\u2019esperienza di se stessa come pensiero. In quell&#8217;apparente tautologia \u00e8 la legge stessa della sua produttivit\u00e0. Da quell&#8217; autoconoscersi deriva \u00abla parte migliore del linguaggio umano\u00bb:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">The best part of human language, properly so called, is derived from reflection on the acts of the mind itself [COLERIDGE 1983, II, p. 54].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mente, medium e filtro alla conoscenza del mondo, la mente che produce il mondo a propria immagine e somiglianza, quasi in estroflessione dei propri apparati di pensiero e l\u2019oggetto, anch&#8217;esso mondano, da conoscere. l&#8217;insormontabile difficolt\u00e0 di ogni associazionismo e cos\u00ec superata: non per contatto, per un atto cio\u00e8 di nominazione a posteriori, avviene l\u2019aggiogamento della cosa al pensiero, della parola alla cosa, perch\u00e9 l\u2019essenza del pensiero e sempre gi\u00e0 parola. Non c&#8217;e alcun bisogno di sforzarsi a ricostruire gli impossibili passaggi per i quali la parola arriverebbe ad afferrare la cosa. O ancor meno, fallito questo tentativo, di postulare una realt\u00e0 che, aliena e inconoscibile <em>in s\u00e9<\/em>, invierebbe tuttavia al soggetto i suoi fantasmi, i suoi pallidi emissari, sotto l\u2019equivoca forma di percezioni e sensazioni.<br \/>\nLa \u00abnaturale differenza di pensieri e cose\u00bb si propone ora in se stessa come nuovo oggetto della conoscenza. Di quella \u00abdifferenza\u00bb, la parola \u00e8 al tempo stesso l&#8217;immagine e la facolt\u00e0 produttiva. All&#8217;atto della percezione e infatti immanente un potenziale produttivo che la solleva ben oltre il meccanicismo della copia:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">The <em>rules<\/em> of the IMAGINATION are themselves the very powers of growth and production [COLERIDGE 1983, II, p. 84].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II nome del logos produttivo \u00e8 poesia. La parola produce il mondo, e copia in minore del logos divino che lo crea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">The primary imagination I hold to be the living power and prime agent of all human perception, and as a repetition in the finite mind of the eternal act of creation in the infinite I AM [COLERIDGE 1983,1, p. 304].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;immaginazione <em>agisce<\/em> la percezione, presiede al suo prodursi, creando le condizioni perch\u00e9 percezione possa darsi. In questo l&#8217;immaginazione e sempre <em>primaria<\/em>, poich\u00e9 non ammette nient&#8217;altro prima di se, se non l\u2019atto divino della creazione. Solo di quell&#8217;atto essa e ripetizione. Cos\u00ec l\u2019immaginazione produttiva, energia che culmina nel <em>logos<\/em> umano, non copia ma istituisce il mondo.<br \/>\nNessuna meraviglia che proprio laddove la parola pi\u00f9 intensamente si manifesta come pura <em>vis imaginative<\/em>, nella poesia cio\u00e8, essa sviluppi anche un massimo di resistenza al cambiamento. In una data lingua, la parola della poesia segna sempre la punta avanzata di un <em>meaning<\/em>, di un voler dire. E un&#8217;intrinseca necessit\u00e0, dunque, a renderla non ulteriormente <em>traducibile<\/em>, trasportabile, alterabile: in nessuna maniera amovibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Proprio di questa stessa \u00abostinazione\u00bb della lingua \u00e8 figura il blakiano Los di <em>Jerusalem<\/em>:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">Los built the stubborn structure of the Language, acting against Al\u00adbion&#8217;s melancholy, who must else have been a Dumb despair [BLAKE 1971, plate 40, vv. 59-60; K 668].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E con un movimento di autonominazione, di autocreazione metapoetica, Blake chiarisce come ci si riferisca qui a una lingua ben specifica: \u00abEnglish, the rough basement\u00bb [<em>Ibid<\/em>., v. 58]. II \u00abrozzo basamento\u00bb sul quale Los edifica \u00e8 l\u2019inglese; \u00e8 con la lingua inglese, che egli sta costruendo la lingua sovranazionale della poesia, nella quale quella concreta datit\u00e0 storica entra come condizione necessaria. Contro il mutismo della melanconia, che \u00e8 ricaduta nei fantasmi del corporeo, resa senza speranza ad essi, Los innalza la struttura rigida, resistente, della lingua inglese.<br \/>\nLo sguardo coraggiosamente posato sulla diversit\u00e0 di pensieri e cose, aveva rilevato come fosse<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">a mere delusion of the fancy to conceive the pre-existence of the ideas in any chain of association as so many differently colored billiard-balls in contact, so that when an object, the billiard-stick, strikes the first or white ball, the same motion propagates itself through the red, green, blue, black, &amp;c. and sets the whole in motion [COLERIDGE 1983,1, p. 108].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Posto il problema in questi termini, si capiva bene perch\u00e9 nessuna analisi associazionistica avesse mai potuto dar ragione di quel \u00abcontatto\u00bb, e ne avesse anzi solo moltiplicato e complicato le gradazioni, fintanto che esso non era apparso come la sommatoria di passaggi sempre pi\u00f9 numerosi ed invisibili, di inesplicabili \u00abgaps of fancy\u00bb. II \u00abdispotismo dell&#8217;occhio\u00bb si era cos\u00ec manifestato nell&#8217;insofferenza perch\u00e9 \u00able cose invisibili non formano l&#8217;oggetto della visione interiore\u00bb [COLERIDGE 1991, p. 107], e nella risibile illusione di quanti avevano creduto che, se solo l&#8217;organo della vista fosse stato pi\u00f9 potente, le cause ultime della natura sarebbero affiorate nitide, per successiva gradazione e approssimazione, sulla superficie del visibile: di costoro gi\u00e0 Gulliver era stato additato come lo sconfitto campione. Viene in mente la sdegnosa ripulsa blakiana di tale ingenuo materialismo d&#8217;organo in <em>A Vision of the Last Judgment<\/em> (1810):<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">I question not my Corporeal or Vegetative Eye any more than I would Question a Window concerning a Sight. I look thro&#8217; it &amp; not with it [BLAKE 1971, K 617].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Coleridge poeta e filosofo della lingua, sottrarsi al materialismo implicito nell&#8217;associazionismo significava fondare la critica letteraria su basi filosofiche, analizzarne il lessico potenzialmente riconducendo ciascun termine alla facolt\u00e0 della mente impegnata nell&#8217;attivit\u00e0 che esso designa. In tale dispiegamento della propria generica funzione gnoseologica, la critica era vista giocare la massima <em>chance<\/em> ad essa data di afferrare concettual-mente la genesi dell&#8217;opera d&#8217;arte. Era questo per il teorico e critico romantico il punto cruciale, la massima difesa a lui accessible contro il \u00abdispotismo dell&#8217;occhio\u00bb.<br \/>\nSe le parti migliori della lingua derivano da atti di riflessione della mente su se stessa, desinonimizzare &#8211; togliere cio\u00e8 ambiguit\u00e0 e sovrapposizioni di significato appropriando correttamente i termini critici, e applicando parole diverse a quelle che son riconosciute come operazioni mentali diverse, doveva di necessit\u00e0 equivalere a predisporre gli strumenti per una migliore conoscenza del funzionamento della mente umana. Coleridge vuole raggiungere una visione il pi\u00f9 possibile nitida dell&#8217;operazione mentale che presiede alla creazione poetica, poich\u00e9 si pu\u00f2 supporre che in essa la mente pervenga, nello specchio ideale offertole dalla parola intraducibile della poesia, a un grado massimo di autopercezione.<br \/>\nE giover\u00e0 ricordare, a questo punto, come il lavoro di desinonimizzazione pur esercitato, nella sua occorrenza di massima tensione intellettuale, su una ricchezza di materiale linguistico che era a sua volta il portato di uno scambio e di una confluenza secolare di espressioni &#8211; intendo riferirmi alla disambiguazione, fondante per tutta la critica moderna, di <em>fancy<\/em> ed <em>imagination<\/em> &#8211; movesse pur sempre, nella <em>Biographia Literaria<\/em>, da un&#8217;osservazione sulla derivazione dalle lingue antiche, per traduzione o addirittura per calco, dei termini critici in questione:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">Repeated meditations led me first to suspect, (and a more intimate analysis of the human faculties, their appropriate marks, functions, and effects matured my conjecture into full conviction) that fancy and imagination were two distinct and widely different faculties, instead of being, according to the general belief, either two names with one meaning, or at furthest, the lower and higher degree of one and the same power. It is not, I own, easy to conceive a more apposite trans\u00adlation of the Greek <em>Phantasia<\/em>, than the Latin <em>Imaginatio <\/em>but it is equally true that in all societies there exists an instinct of growth, a certain collective unconscious good sense working progressively to desynonymize those words originally of the same meaning, which the conflux of dialects had supplied to the more homogeneous languages, as the Greek and German; and which the same cause, joined with accidents of translation from original works of different countries, occasion in mixt languages like our own [COLERIDGE 1983,1, pp. 82-83].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">II lavoro di desinonimizzazione conduce cos\u00ec ancora una volta sulla soglia della scoperta di una non ulteriore traducibilit\u00e0, di una forzata inamovibilit\u00e0 dei termini critici moderni. II territorio inesplorato della mente, che la disambiguazione della coppia fino a quel momento sinonimica di <em>fancy<\/em> ed <em>imagination<\/em> ha aperto, assume la configurazione di una nuova <em>untranslatableness<\/em>, sia pur diversa da quella della poesia.<br \/>\nLa mente muove dal riconoscimento della differenza e va verso l&#8217;uno, giungendo ad intravedere la perfetta unit\u00e0 che \u00e8 solo in Dio. Un processo, questo di attrazione del differente verso l\u2019unit\u00e0, esemplificato da Coleridge attraverso Shakespeare e Milton, un&#8217;altra delle sue coppie contrappositive fornite di valore euristico: \u00abTutte le cose e tutti i modi dell&#8217;agire si plasmano novellamente nell&#8217;essere di Milton; mentre Shakespeare diventa tutte le cose, pur rimanendo per sempre se stesso\u00bb [coleridge 1991, pp. 252-3]. E analoga configurazione strutturale, all&#8217;interno del macrotesto shakespeariano, \u00e8 vista assumere la coppia <em>Hamlet I Macbeth<\/em>:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify; padding-left: 30px;\">Compare the easy language of common life in which this drama [<em>Hamlet<\/em>] opens, with the wild wayward lyric of the opening of <em>Macbeth<\/em>. The language is familiar [&#8230;]. It is the language of <em>sensa\u00adtion<\/em> among men who feared no charge of effeminacy for feeling what they felt no want of resolution to bear. [&#8230;] a tragedy [Hamlet] the interest of which is eminently <em>ad et apud infra<\/em>, as <em>Macbeth<\/em> &#8230; is <em>ad extra<\/em> [COLERIDGE 1960,1, p. 18].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una volta che la nozione della particolare <em>intraducibilit\u00e0<\/em> incidente alla parola poetica sia stata acquisita, essa si interporr\u00e0 inevitabilmente, per il critico, tra la sua propria parola e la parola del testo, o tra testo e testo. Quella nozione sar\u00e0 di fatto responsabile di un&#8217;idea completamente nuova della testualit\u00e0. L&#8217;intenzionalit\u00e0 del significare, si esplicher\u00e0 per lui da quel momento tra due meccanismi &#8211; tra due <em>software<\/em>, per dirla metaforicamente -interagenti fra loro. Non solo la traduzione in senso proprio, ma anche, o forse specialmente, quella forma di traduzione interna, o circolazione dei testi, che \u00e8 implicita nella critica letteraria, la coglier\u00e0 attraverso e grazie a un interfaccia di <em>intraducibilit\u00e0<\/em>.<br \/>\nAlla giunzione di mondo esterno e mondo interiore, e appartenente ad entrambi, il <em>meaning<\/em> si presenta come un sesto senso composto, non meno degli altri cinque, di corpo e di anima. O forse, dovremmo dire, il <em>meaning<\/em> giunge come un terzo testo, a celebrare finalmente le nozze di quei due antichi promessi: l\u2019oggetto e la parola. Viene ad essere surrettiziamente introdotta una figura a chiasmo: da una parte la parola comporta sempre, in quanto <em>meaning<\/em>, un atto di traduzione dall&#8217;interno verso l\u2019esterno; dall&#8217;altra la parola della poesia, che e parola pi\u00f9 intensa di quella comune, una volta trovata non pu\u00f2 pi\u00f9 esser tradotta: e come dire che proprio quella parola non sopporta analisi. In un caso come nell&#8217;altro, il <em>meaning<\/em>, ossia l\u2019intenzionalit\u00e0 del dire, viene a trovarsi al punto letteralmente cruciale della figura.<br \/>\nE\u2019 soprattutto nei confronti dell&#8217;idea del <em>meaning<\/em> come intraducibilit\u00e0 che il critico diviene responsabile. Non meno del traduttore in senso proprio, egli si trova anzi a dover rispondere di una intraducibilit\u00e0 tramite un&#8217;interconnessione ulteriore di intraducibilit\u00e0. Perch\u00e8 \u00e8 ovvio che anche le parole del critico saranno tanto pi\u00f9 perfette quanto pi\u00f9 intraducibili in altre parole della stessa lingua. Tutte le parole, non solo quelle pi\u00f9 apertamente risultanti da un lavoro di disambiguazione. Se marchio di stile e l&#8217;intraducibilit\u00e0 di un passo di poesia, o di prosa, in altre parole della stessa lingua, quella stessa intraducibilit\u00e0 sar\u00e0 il banco di prova ultimo del traduttore e del critico. I quali non potranno fronteggiarla che producendo a loro volta la propria intraducibilit\u00e0. Nel lavoro sull\u2019 intraducibilit\u00e0 &#8211; davvero la parte pi\u00f9 preziosa del linguaggio umano, quasi la sua cellula germinale &#8211; il traduttore, il critico e il poeta operano come creatori di lingua.<br \/>\nDue risultati, entrambi importanti per il critico, mi appaiono a questo punto fronteggiarsi. Da una parte, il linguaggio della critica letteraria e diretto all&#8217;appropriazione, da parte del singolo critico, della parola giusta alla specifica facolt\u00e0 della mente impegnata in quel singolo determinato atto di poesia. Dopo di che, nessuna ulteriore \u00abtraduzione\u00bb sar\u00e0 pi\u00f9 possibile, almeno per qualche tempo: dopo Coleridge, <em>fancy<\/em> non \u00e8 pi\u00f9 intercambiabile con <em>imagination<\/em>. Nessun critico, in qualsiasi lingua scriva, potr\u00e0 non tener conto della disambiguazione realizzata in quel celebre passaggio della <em>Biographia<\/em> <em>Literaria<\/em>. D&#8217;altra parte, \u00e8 soprattutto nei confronti della specifica <em>untranslatableness<\/em> di uno scrittore o di un&#8217;opera, laddove essa pi\u00f9 inequivo-cabilmente si dichiara, che il critico, cosi come il traduttore vero e proprio, \u00e8 impegnato. Due modi dell&#8217;intraducibilit\u00e0 cos\u00ec si fronteggiano: \u00e8 una determinata e particolare occorrenza di untranslatableness quella che il critico, come il traduttore, si sforza di preservare attraverso la propria intraducibili\u00adt\u00e0. Ed \u00e8 una particolare occorrenza di intraducibilit\u00e0, quella che egli si trova a distruggere attraverso la propria traduzione o il proprio saggio critico.<br \/>\nE l\u2019intraducibilit\u00e0 che il traduttore e il critico incontrano, avendo a che fare col <em>meaning<\/em>, non riguarda la parola isolata, ma tutte le associazioni che la circondano in quella specifica occorrenza. Cio\u00e8 quanto propriamente si vorrebbe tradurre. Certo, Coleridge aveva parlato di intraducibilit\u00e0 all&#8217;interno di una stessa lingua, ma tutto il postulato dell&#8217;educazione linguistica come educazione filosofica, non era fondato &#8211; e di l\u00ec la perfetta tematicit\u00e0, nella <em>Biographia Literaria<\/em>, dei capitoli sull\u2019educazione scolastica &#8211; sull&#8217;idea di una circolazione linguistica, soprattutto lungo l\u2019asse temporale: antico\/moderno? Tanto pi\u00f9 dunque il dato della <em>untranslatableness<\/em> dovrebbe interferire con la traduzione, o con quella sua modalit\u00e0 pi\u00f9 subdola, perch\u00e8 non percepita come tale, che \u00e8 la critica letteraria.<br \/>\nDovremmo dedurre da questo l\u2019impossibilita, o la vanit\u00e0, la predestinata improfessionalit\u00e0, o la pura strumentalit\u00e0 del compito non solo del traduttore, ma del critico? Seguendo l\u2019indicazione data da Benjamin nel suo saggio sul <em>Compito del traduttore<\/em> [BENJAMIN 1962, pp. 37-50], proviamo invece a pensare la traduzione e il saggio critico come forme che ancora appartengono all&#8217;originale, in quanto ne portano a visibilit\u00e0, e ad espressione, una sorta di \u00abmaturit\u00e0 postuma\u00bb, potenzialmente gi\u00e0 iscritta nelle sue parole fin dall&#8217;inizio. Traduzione e saggio critico contribuirebbero allora a portare allo scoperto quella \u00abfatalit\u00e0 della lingua\u00bb che Giuseppe Ungaretti, a sua volta grande traduttore e poeta, vedeva affiorare, per l\u2019italiano, nell&#8217;endecasillabo della nostra maggiore tradizione poetica.<br \/>\nProprio le parti, di una poesia, o di una prosa, pi\u00f9 stilisticamente marcate e all&#8217;apparenza intraducibili, verrebbero allora ad esprimere non gi\u00e0 la differenza, ma l&#8217;affinit\u00e0 tra le lingue, il loro convergere verso una lingua superiore destinata a rimanere nell&#8217;implicito, sicch\u00e9 compito del traduttore, come del critico, sarebbe il far presentire al lettore tale nascosta parentela. La tra\u00adduzione, lavorando sulla <em>untranslatableness<\/em> della lingua poetica, su quelle che Coleridge aveva chiamato le <em>associations<\/em>, ci dice dunque ancora qualcosa sull&#8217;originale. Proprio quelle \u00abassociazioni\u00bb infatti, ossia le parti pi\u00f9 in\u00adtraducibili della lingua, con le quali inevitabilmente essa si confronta, si rivelano &#8211; lo scopriamo a cose fatte &#8211; il banco di prova essenziale. Perch\u00e8 \u00e8 traducendole, o facendone il tema di un nostro saggio &#8211; tentando di tradurre e trasmettere quanto in apparenza \u00e8 pi\u00f9 estraneo e periferico rispetto alla comunicazione &#8211; che facciamo sulla lingua l\u2019esperienza definitiva e finale: ossia non quella della differenza, ma dell&#8217;uguaglianza delle lingue nella lin\u00adgua. Con un ritorno, in certo senso, a quell&#8217;unit\u00e0, a quell&#8217;appropriazione e inamovibilit\u00e0 della parola, che Coleridge aveva intravisto fin dall&#8217;inizio del suo lavoro di critico e di poeta.<br \/>\nPerch\u00e8 era precisamente a questa fatale intraducibilit\u00e0 immanente alla parola che l\u2019artista gi\u00e0 maturo, per quanto ancora giovanissimo, di <em>Kubla Khan<\/em>, aveva dato rappresentazione quando genialmente aveva deciso di lasciare aperto lo strappo, e visibile la soluzione di continuit\u00e0, tra l\u2019introduzione in prosa di quel poemetto e i versi che la seguono. Al centro di quell&#8217;introduzione era stata posta, del resto, quella particolare manifestazione di intraducibilit\u00e0 che \u00e8 l\u2019impossibilit\u00e0 per l\u2019immagine onirica di risolversi nelle parole della poesia. La \u00abnaturale differenza\u00bb dell\u2019immagine dalla parola era stata gi\u00e0 l\u00ec, da Coleridge, tanto precocemente quanto insuperabilmente chiosata. La scoperta era quella, nell&#8217;introduzione a <em>Kubla Khan<\/em> gi\u00e0 implicita, della discontinuit\u00e0 della parola poetica rispetto alla natura la quale, come si sa, <em>non facit saltus<\/em>.<br \/>\nLa tesi, nella fattispecie riferita a Wordsworth ma estensibile a tutto l&#8217;universo poetico occidentale, dell&#8217;intraducibilit\u00e0 come criterio di perfezione stilistica, non sar\u00e0 che la ripresa e l&#8217;ulteriore elaborazione, a livello teorico, di quella giovanile intuizione poetica. II grigio addestramento del ginnasiale sul lessico omerico, avr\u00e0 solo allora prodotto appieno il suo perfetto, il suo aureo frutto, di teoria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00b2Cfr.MILTON, V., v. 481 :\u201d bright consummate flow\u2019r \u201c citato da Coleridge in esergo al cap. XIII della <em>Biografia Literaria<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li>BENJAMIN, W. Il compito del traduttore, in Benjamin W., <em>Angelus Nov<\/em>us, Torino, Einaudi 1962.<\/li>\n<\/ul>\n<ul>\n<li>BLAKE, W: <em>Blake. Complete Writings<\/em>, Keynes G., ed., London-Oxford-New York, Oxford U.P 1971.<\/li>\n<\/ul>\n<ul>\n<li>COLERIDGE, S.T : <em>Shakespearian Criticism<\/em>, Raysor Th.M., ed., London, Dent, 2 vols 1960.<\/li>\n<\/ul>\n<p>\u2014\u2014\u2014\u2014 : <em>The Notebooks of S.T. Coleridge<\/em>, Coburn K., ed., London, Routledge &amp; Kegan Paul, 3 vols.1973.<br \/>\n\u2014\u2014\u2014\u2014 : <em>Biographia Literaria<\/em>, Engell J., Jackson Bate W., eds., London Princeton, Routledge &amp; Kegan Paul, Princeton University Press, 2 vols.1983<br \/>\n\u2014\u2014\u2014\u2014: <em>Biographia Literaria<\/em>, Colaiacomo P., a cura di, Roma, Editori Riuniti. 1991<\/p>\n<ul>\n<li>CONRAD, J.: <em>Heart of Darkness<\/em>, Englewood Cliffs, N.J., Prentice-Hall Inc.1960<\/li>\n<\/ul>\n<ul>\n<li>LOCKE, J.: <em>Essays upon Human Understanding<\/em>, London, Dent, 2 vols.<\/li>\n<\/ul>\n<ul>\n<li>MILTON, J. : <em>Paradise Lost<\/em>, Elledge S., ed., New York-London, Norton &amp; Company 1975.<\/li>\n<\/ul>\n<ul>\n<li>SHELLEY P.B.: <em>A Defence of Poetry<\/em>, Clark D.L., ed., London, Fourth Estate 1988.<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; La Questione Romantica &gt; Organicismo\/Meccanicismo Paola Colaiacomo E\u2019 risaputo come nel capitolo ventiduesimo della Biographia Literaria Coleridge, da fine osservatore e studioso della fenomenologia della mente e del linguaggio nella loro complessa rete di interrelazioni, si \u00abavventuri\u00bb &#8211; la parola \u00e8 sua &#8211; ad indicare come prova definitiva di stile poetico impeccabile l&#8217;\u00abintraducibilit\u00e0\u00bb delle [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[7],"tags":[15],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v21.8.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>S.T. 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